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Il seguente scritto si basa sul saggio di J. R. R. Tolkien "Sulle Fiabe" ("On Fairy-Stories") , schematizzandone i punti essenziali. Per chi volesse consultare il saggio completo in pdf, è sufficiente richiederlo al sottoscritto tramite il modulo "contatti".

FAIRY STORIES

“Veniamo da Dio e, inevitabilmente, i miti da noi tessuti, pur contenendo errori, rifletteranno anche una scintilla della luce vera: la verità eterna che è con Dio. Infatti, solo creando miti, solo diventando un sub-creatore di storie, l’uomo può aspirare a tornare allo stato di perfezione che conobbe prima della caduta. I nostri miti possono essere male indirizzati, ma anche se vacillano fanno rotta verso il porto, mentre il “progresso” materialista conduce solo a un abisso spalancato e alla Corona di Ferro del potere del male”.

FAIRY STORIES (storie fatate, conosciute oggi, anche se in accezione limitata, oltre che ridicolizzata dal commercio, come "FANTASY")

FAIRY STORIES, storie il cui fulcro non sono propriamente gli esseri fatati, ma più precisamente sono storie incentrate proprio sul regno di questi esseri, il “regno fatato” e le sue atmosfere, e le avventure di uomini che riescono ad entrare in questo "reame periglioso" tramite l’uso della fantasia, soprattutto con il grande ausilio della narrazione e dell’arte in essa contenuta. Quindi è un mondo che non può essere raggiunto dall’uomo fisicamente. Ma, benché irraggiungibile fisicamente, deve essere, non di meno, assolutamente reale. Le storie devono apparire al lettore o ascoltatore, vere e credibili, e non come mere illusioni o sogni. Feèria esiste ed è vera nella propria realtà, nel proprio mondo secondario rispetto al nostro, e dunque non può presentare il carattere illusorio che appunto il sogno ci presenta. La creazione di Feèria (o subcreazione di un mondo secondario) deve obbedire alla logica e alla ragione. Infatti se il lettore dovesse ricorrere alla “sospensione volontaria dell’incredulità”, il narratore è in errore. Tutti sono capaci di parlare del “sole verde, dell’erba blu ecc., ma rendere verosimile ciò, è lavoro lungo e difficilissimo, che richiede appunto un’arte vera e propria.

 

La fantasia è la più alta forma di arte umana, più nobile quanto più unita ai valori della fede in Dio Creatore. La narrazione fantastica è il superiore prodotto finale della fantasia, che ritroviamo soprattutto nella fiaba, nel mondo fatato, in feèria. Ma anche nel mito e nella leggenda. Trattiamo qui per ragion di brevità dei punti esenziali del mondo di feèria, dunque il mondo fiabesco che meglio rappresenta il fantastico in una sua gran parte, e la cui atmosfera è ben presente sia nel mito (storie incentrate più sugli dèi, l'origine del mondo ecc.) che nelle leggende.  

Tolkien definì le nostre fiabe "subcreazioni", per dire al tempo stesso che sono sì veramente frutto di un essere a “immagine e somiglianza di Dio”, ma che d’altra parte non raggiungono il mondo primario (cioè quello reale), perché la Creazione è solo una, quella di Dio, di cui le nostre storie non sono che un lontano eco e richiamo.

La fiaba soddisfa alcuni primordiali desideri umani, tra i quali: sondare le profondità dello spazio e del tempo (non nella maniera tecnica) e avere comunione con altri esseri viventi (senza sfociare nelle favole di animali, mere allegorie e satire, dove la forma animale altro non è se non una maschera sul volto umano). Nelle fiabe, nel mondo di feèria in generale, sono presenti innumerevoli creature, ma gli eroi restano gli uomini, che dunque, non possono diventare semplici appendici. Storie fatate e non di bestie; storie del mondo di fate, di feèria, del reame periglioso, per l'uomo. Il reame della fiabe è ampio, profondo ed eminente, che contiene molte altre cose accanto a elfi e fate, oltre a gnomi, streghe, trolls, draghi e giganti: racchiude i mari, il sole, la luna, il cielo, e la terra e tutte le cose che sono in essa, alberi e uccelli, acque e sassi, pane e vino, e noi stessi, quando siamo vittime di un incantesimo. Vi si possono reperire animali terrestri e alati di ogni specie; vi sono mari sconfinati e miriadi di stelle, una bellezza che incanta e pericoli sempre in agguato, un reame pieno di trabocchetti per gli incauti e tranelli per i temerari. La gioia e il dolore vi sono affilati come spade. E' un reame in cui un uomo può forse considerarsi fortunato per avervi vagato, ma la sua stessa ricchezza e singolarità inceppano la lingua del viaggiatore che volesse riferirne. E, mentre vi si trova, è rischioso per lui porre troppe domande, per tema che i cancelli si serrino e le chiavi vadano perdute. [Fatto, quest'ultimo, che in maniera esemplare possiamo ritrovare nel meraviglioso racconto di Tolkien "Il fabbro di Wootton Major"].

Secondo la minuziosa analisi scientifica attuata da V. Propp, le origini delle fiabe possiamo ritrovarle nei rituali ancestrali attuati sin dal periodo preistorico. Rituali a carattere venatorio, (che dunque rappresentavano la prima attività di sussistenza qual era la caccia) e rituali atti a rappresentare la natura nei suoi vari aspetti, le sue trasformazioni, partendo dai movimenti degli astri, il giorno e la notte, la crescita di piante e alberi così come lo sbocciare di fiori, la pioggia, vento e così via.                                                                                                         Ma questa analisi di certo non smonta la fiaba nella sua essenza, in quel che ci offre. Difatti, sebbene le sue origini possano essere con una certa probabilità le suddette, il risultato non cambia. Il rituale antico atto a rappresentare simbolicamente la natura e i suoi vari aspetti (con particolare attenzione al carattere e alla ragione di sussistenza) resta una cosa, e la fiaba un’altra. L’arte della narrazione, dapprima orale e poi scritta, ha permesso la creazione delle sue uniche atmosfere, e il fatto che sia la fiaba, che qualunque genere di arte umana, contenga per forza di cose rappresentazioni di ciò che ci circonda, ricordi ancestrali ecc., pur trattando di un mondo secondario, non ne cambia le loro essenze, e per quanto riguarda esclusivamente la fiaba, questo fatto non la rende di certo una semplice allegoria. Importante è altresì la capacità di astrazione della mente umana, che si può dire ha avuto inizio con la lingua. La lingua è infatti fondamentale e, in origine, la “magia” più importante nel mondo di feèria è stata l’uso dell’aggettivo, che ha permesso di immaginare l’erba verde come "erba blu" (anche se come già detto sopra, questo non è sufficiente, e c'è bisogno di un lavoro artistico atto a costruire attorno a quell'aggettivo preso come semplice esempio, immaginato da una persona o un popolo e apparentemente e singolarmente insensato, un mondo di senso, che abbia la caratteristica della verosimiglianza) .                                                                                                                                                                                 In tutto questo pare subito evidente l’importanza che “l’invenzione” di un mondo secondario riveste nell’ambito della fantasia e dunque nel mondo di feèria, in netto contrasto con il semplice intento allegorico. Nella fiaba, inoltre, la morale deve essere implicita, e non esplicitata con l’uso appunto di allegorie, altrimenti sarebbe solo un racconto-maschera, e non una narrazione del mondo fantastico, di un mondo secondario con determinate leggi, considerato seriamente. Importante per la fiaba è l’effetto prodotto dalla narrazione di elementi di antichità inimmaginabile, dunque il fascino racchiuso in essi, caratterizzato dagli usi e costumi di quell’era, che a noi risultano strani e allo stesso tempo meravigliosi. E’ questo che si deve tener conto, senza smontare l’oggetto in inutili frammenti, come si fa spesso in molte analisi tecniche. Ricordiamo, a tal guisa, che il fiore è tale se considerato nella sua integrità, sia fisica che per le sensazioni che ci offre, come il suo profumo, i suoi ricordi ecc., ma cosa ben diversa - che ad altro non serve se non degradare il tutto - è considerare il fiore solo come un asettico ammasso di fibre, molecole, atomi, così come è di uso regolare per l’approccio scientista, che non riesce a considerare l’oggetto per quel che è, e per la sensazione che ci dona. Difatti questo cinico approccio porta a considerare l’uomo nell’esclusivo senso materialistico, come una mera carcassa di carne e ossa, da squartare  all’occorrenza, per comprendere i vari elementi di cui è composto. E come diceva il grande maestro Tolkien, in una frase pregna di significato: “colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza”.

La fiaba possiamo vederla attraverso tre principali prospettive, tre facce, quali: Mistica (volta al soprannaturale), Magica (volta alla natura), Specchio dello scherno e della pietà (volta all'uomo). Quella essenziale, che predomina nel mondo di feèria, è quella magica, e la misura in cui le altre si rendono manifeste è variabile a discrezione del narratore.

La fiaba non può essere frutto esclusivamente di visioni oniriche, perché appunto la fantasia usata nel mondo feèrico, che viene spesso confusa con i sogni, è una vera e propria arte a differenza appunto del sogno, dove in casi eccezionali può sì esserci della fantasia, ma il più delle volte è composto da disordini mentali in cui manca appunto il controllo, dove preponderanti sono le illusioni (che come già chiarito prima, non devono crearsi nel lettore o ascoltatore) e le allucinazioni.
Le fiabe tra le tante cose, oltre ad incentivare l'uso della fantasia di cui esse stesse sono composte, offrono: ristoro, evasione, consolazione. Elementi di cui molto spesso hanno più bisogno gli adulti che i bambini. E’ ormai uso erroneamente assodato da tempo, che il mondo delle fiabe sia cosa esclusiva per i bambini. Ma, sebbene moltissime fiabe siano state sottoposte ad edulcolorazioni varie, ciò non cambia che questa considerazione sulle fiabe e sul fantastico in generale, molto spesso negativa, è frutto del modernismo, dei cambiamenti del sistema sociale in generale, non certo della fiaba in sé. E così possiamo notare come la fiaba è stata relegata esclusivamente a “cose per bambini” allo stesso modo di ciò che è avvenuto per tante cose antiche, come ad esempio per i vecchi mobili, gettati nelle stanze dei bambini a causa della moda che ha imposto una sostituzione con nuovi modelli, con tutte le ovvie conseguenze dei pericoli di abbandono e degrado che quei vecchi mobili corrono, al pari delle fiabe. Un giusto riferimento ai bambini c’è, ed è quello che afferma il modo per entrare nel mondo di feèria, dove bisogna avere "il cuore di un fanciullo". Questo non significa affatto che bisogna essere bambini, e non crescere, ma sottolinea null’altro che l’umiltà e l’innocenza, caratteristiche queste, ricorrenti appunto più nel mondo dei bambini, che in quello degli adulti modellato dalle regole della società moderna, dove in uno sfrenato materialismo, la fantasia come l'amore ed altri intangibili valori, diventano cose da evitare, cose che, addirittura, ridicolizzano la persona. Considerazioni che superano l'assurdo, dove i vari valori sono capovolti e pervertiti in seno alla necessità e al vantaggio del male.                                                                                                                                                                                                   Quindi possiamo vedere che nella fiaba, l’innocenza e la capacità di meravigliarsi, sono linee essenziali, e una delle lezioni che troviamo sovente in essa, è che il pericolo, il dolore e l’ombra della morte possono impartire dignità e a volte addirittura saggezza. Si nota subito che molte edulcolorazioni modificano tutti questi aspetti originari.

Il ristoro implica il ritorno alla salute e il suo rinnovamento, è un riguadagnare, un ritrovare una versione più chiara, partendo dalle cose semplici di cui sono composte in larga misura le fiabe. Non a caso, tra le primarie virtù che le fiabe ci presentano, abbiamo l’umiltà, quel nobile valore che è in grado di esaltare in maniera unica, la semplicità. Son proprio questi elementi semplici, infatti, che costituiscono nella fiaba i pilastri di quella struttura fantastica che parte appunto (e non può far diversamente) da una più chiara visione del mondo primario. Elementi che il narratore modella artisticamente per donarci quel meraviglioso, che molto spesso non riusciamo a scorgere sotto i nostri stessi occhi nel mondo primario, a causa di una visione cinica e superficiale, così estremamente razionalizzata, che le emozioni e la stessa fantasia ci abbandonano. Così, non riusciamo più a scorgere la bellezza unica di una autunnale foglia rosso/arancio che, giunto il momento di staccarsi dal ramo per far posto successivamente ad altre, raggiunge in modo silenzioso e austero le sue amiche, in uno splendido tappeto che concorre a conformare quelle atmosfere che tanto fan bene alle persone. Così come la bellezza di ruscelli e cascate di acqua che modellano aristicamente le arcaiche rocce, in un tranquillo boschetto montano, in uno scenario indimenticabile, dove l'armonia dell'uomo con lo stesso ambiente la si percepisce dal rintocco di campane di una chiesa, di un monastero, e dal familiare richiamo della moglie, della mamma, della nonna, proveniente dalla casetta che custodisce quel confortante focolare fatto anche di delizie caserecce preparate con amore. E via discorrendo, con tantissimi piccoli esempi atti ad evidenziare quella bellezza e armonia insita in ogni semplice cosa della natura, e che la tecnologia, la sete di potere e di egoismo, ha concorso in gran forza a farci dimenticare.                                                                                                                                                        Dovremmo guardare ancora il verde, ed essere nuovamente stupiti (ma non accecati) dall’azzurro, dal giallo, dal rosso. Dovremmo incontrare il centauro e il drago, elfi e gnomi, e poi fors’anche all’improvviso scorgere, al pari degli antichi pastori, pecore, cani, cavalli e beninteso lupi. Questo ristoro le fiabe ci aiutano ad averlo. E in questo senso, soltanto il gusto per esse può mantenerci fanciulli, “giovani” interiormente. 

L’evasione come abbiamo detto, costituisce una delle principali funzioni delle fiabe. In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l’Evasione  è chiaramente, di regola, molto positiva e può persino essere eroica, a differenza del tono sprezzante o compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine. Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il fatto che il prigioniero non lo può vedere. E’ presto evidente che la connotazione negativa, risiede in una errata interpretazione del termine e confusione di idee, dato che i critici sovente confondono, e non sempre in buona fede, l’evasione del prigioniero con la fuga del disertore. Questo modo di pensare sembrerebbe inoltre preferire l’acquiescenza del collaborazionista alla resistenza del patriota, dove basterebbe dire l’ignobile frase “la terra che amate è condannata”, per scusare ogni tradimento, e anzi glorificarlo. Perché mai, dunque, dovrebbe esser cosa negativa scappare da un sistema fatto di cose brutte e transitorie? I lampioni ad esempio, possono essere esclusi dal racconto per la semplice ragione che sono brutte lampade, e possono essere appunto ignorati per la semplice ragione che sono così insignificanti e transitori, in un cammino frenetico della scienza, il cui ritmo è accentuato e scandito dai bisogni bellici ed interessi di un’economia dalla visione egoistica ed individualista, o per ancor meglio dire, ogni cosa diviene presto inutile e obsoleta per far spazio a nuove aggressività consumistiche, senza rispetto alcuno, né per il prossimo, né per l’ambiente. E’ comunque certo che le fiabe hanno molte cose più permanenti e fondamentali di cui parlare. Il lampo, per esempio, al posto dei lampioni. L’idea poi che le automobili o le fabbriche siano cose più “vive”, diciamo dei centauri o dei draghi, è ben curiosa; e che siano più “reali” ad esempio di cavalli, è pateticamente assurdo. Si potrebbe ironizzare il tutto con “Ah, quanto reale, quanto sorprendentemente viva è infatti la ciminiera di una fabbrica, se paragonata a un olmo, un frassino, una quercia, un biancospino…cose tutte, povere ed obsolete, inconsistenti sogni di un escapista!”.   In un’epoca in cui la semplicità e l’umiltà sono cose estranee, l’uomo non si accontenta più della bellezza prodotta dalle proprie mani attraverso l’artigianato, ma ignora altresì la bellezza naturale che lo circonda, preferendo l’industria e il potere, in una folle corsa verso un oscuro baratro di perversione. Ed è importantissimo dire, che molto di ciò che la maggior parte dei critici e intellettualoidi  definirebbero letteratura “seria”, non è altro che un gioco al riparo di un tetto di vetro, sul bordo di una piscina municipale. Le fiabe possono inventare mostri che volano per l’aria o dimorano nel profondo, ma per lo meno non cercano di evadere dal cielo o dal mare.

Per quanto riguarda l’ultima delle funzioni citate, prese qui in considerazione, e dunque la consolazione, è doveroso sottolineare che non si tratta soltanto di una magra consolazione per i mali di questo mondo, bensì di soddisfazione, una gioia, una vera e propria eucatastrofe insita nel caratteristico e fondamentale lieto fine di ogni vera fiaba. L’eucatastrofe ci rivela subitaneamente un lontano barlume o un’eco dell’Evangelium nel mondo reale, e possiamo affermare che il racconto eucatastrofico è la vera forma di fiaba e ne costituisce la suprema funzione. E’ una soddisfazione anche per l’artista stesso, oltre che i lettori o ascoltatori della narrazione, che spera sempre che l’essenza di questo mondo secondario derivi dalla realtà oppure a essa confluisca, appagando tanti antichissimi desideri umani, tra i quali quello già accennato del parlare con altri esseri viventi, scoprendo la magia del loro linguaggio in questa realtà a noi sconosciuto, quello di sondare gli abissi liberi come pesci o le volte del cielo liberi come aquile, e in ultimo il desiderio ancestrale primario, che si eleva sopra ogni altro, data la natura di questa stessa esistenza terrena, e cioè la curiosità, il timore e la speranza - e possiamo dire certezza (anche se ricca di mistero) grazie alla vicenda evangelica - della realtà al di là della morte.                                                                                                                                                                       La caratteristica della buona fiaba, del tipo elevato ovvero completo, è che, per quanto terribili siano gli avvenimenti, per quanto fantastiche o spaventose le avventure, essa è in grado di provocare nel bambino o nell’adulto che l’ascolta, nel momento in cui si verifica il capovolgimento di situazione (dalla discatastrofe all’eucatastrofe), un’interruzione del respiro, un sobbalzo nel cuore, laddove nonostante le molte apparenze del contrario, l’universale sconfitta finale diventa appunto evangelium, in quanto permette una fugace visione della gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore e reale più di ogni altra cosa.

Per quanto riguarda poi la confusione della fiaba e della fantasia generale, che molti riducono come più volte menzionato, all'allegoria, niente è più utile di una frase dello stessto Tolkien che si esprime al riguardo: "Personalmente, da quando sono sufficientemente adulto da riconoscerla, detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni. Preferisco molto di più la storia, vera o immaginaria, con i suoi diversi gradi di applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondono 'applicabilità' con 'allegoria', ma l’una consiste nella libertà del lettore, l’altra nel voluto dominio dell’autore”.                                                   E ancor peggio è il considerare le opere di Tolkien, come il suo celebre "Il Signore degli anelli", come delle opere pagane , e che infonderebbero il paganesimo, o perlomeno quel neopaganesimo che vien presto assorbito soprattutto dai vari giovani schiavi delle mode "new ager" al pari di come fanno con una certa musica, con l'ignobile conseguenza di pervertire i significati dell'opera stessa. Abuso quest'ultimo che è costituito dalla stessa sostanza dell'abuso del concetto di libertà che decade in quello di libertinaggio, scostandosi dai valori cattolici, così come quindi si abusa della libertà insita nel concetto di "applicabilità" brillantemente spiegato dall'autore, e che di conseguenza finisce per degradare l'opera. Per ottenere questo assurdo risultato, basta discostarsi dai valori cattolici usati dall'autore per la sua subcreazione, sotto la guida Maestra dei valori insegnati dal Creatore nella Sua Creazione. E' oltretutto assurdo ignorare la stessa affermazione dell'autore che riferisce con estrema serietà, che si tratta di un'opera fondamentalmente cattolica, anche se per un ovvio motivo atto a non rovinare l'opera stessa, ha fatto in modo che nessun riferimento esplicito alla religione fosse presente, proprio per evitare che l'opera venisse interpretata come semplice allegoria, e per risaltare quella caratteristica importante delle storie fatate, prima citata, dove quei valori, quella Grazia e quella fede, restano impliciti.

Abbiamo prima parlato della Fantasia, un grande dono divino che la persona possiede e spesso non è in grado di usare, anche e soprattutto a causa di agenti esterni, di carattere prettamente moderno, che la schiacciano, la sopprimono quasi con costrizione, laddove ormai si è quasi abituati ad usare solo una parte della mente, quella volta più al lato razionale, tecnico e calcolatore, alla stregua di cinici robot privi di sentimento e con approccio fanatico e perverso nei confronti della scienza, che arriva a divenire scientismo.                                                     Tutto questo collegato al ben più ampio processo della secolarizzazione, che ha fatto perdere importantissimi valori, abbandonando il sacro per una perversione, per una libertà priva di valori che altro non è se non un assurdo libertinaggio, dove è il caos che regna, oltre come già detto, ad uno sfrenato materialismo.
La fantasia è un dono grandissimo ed ineguagliabile che ogni Persona ha ricevuto dal Creatore. Essa non ha limiti se non i freni etici di riferimento, quali appunto i valori cristiani iscritti nel fondo di ogni coscienza. Essa, non deve restringersi solo al campo dell’immaginazione intesa nell’accezione più limitata del termine, e cioè la capacità mentale di plasmare immagini, ma deve essere considerata come vera e propria arte, dove quelle immagini sono rese consistenti e collegate in un preciso modo. Un’arte che non è di certo inferiore (come correntemente nel mondo moderno si ritiene, per il fatto che si occupa di cose in un certo senso al di là del nostro mondo primario, e quindi del fantastico), ma anzi ne costituisce la sua forma più alta e più pura. Arte che consiste nel collegare nel giusto modo queste immagini fantastiche, tanto da plasmarle in una forma atta a conferire, alla creazione di un mondo secondario, l’intima consistenza della realtà.

Arte della subcreazione (in ossequioso rispetto verso la Creazione primaria, unica, santa e perfetta, da parte del Creatore) che è un legame operativo tra immaginazione e risultato finale. Un’arte che raccoglie e modella le bellezze della natura preesistente, creando un mondo secondario attraverso le meraviglie e stranezze dell’Espressione. Espressione intesa come narrazione, dato che nell’arte umana la fantasia è cosa demandata soprattutto alle parole, alla vera letteratura. Meno alla pittura, che limita la fantasia al tocco della mano che spesso precorre la mente e addirittura tende a prevaricare su di essa, così come nella scultura. In esse, vacuità e morbosità sono risultati molto frequenti. Men che meno il teatro, che limita il tutto in maniera impressionante, dove il dramma è naturalmente ostile alla fantasia. Sulle scene infatti, la rappresentazione quasi mai risulta convincente.

La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione; né smussa l’appetito per le verità scientifiche, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione e migliori fantasie produrrà. D'altronde la nostra mente è formata da due parti principali (che possiamo semplificare in parte adatta alla tecnica e parte adatta alla creatività), e il miglior prodotto risulta dall'armonia delle due. E, come già prima affermato, purtroppo nel processo secolarizzatore, nel sistema istruttivo e professionale, vien dato spazio e larga possibilità di sviluppo solo ad una parte, quella tecnica, emarginando e soprattutto ridicolizzando l'altra. Parte tecnica che ben si allinea col materialismo e con quello che ogni coscienza nota sempre di più, man mano che il "progresso", la tecnologia, l'emancipazione nella perversione, avanzano nel loro cammino, e cioè: i sentimenti, le emozioni, l'amore puro, la vera amicizia, e tutti gli altri intangibili ma fondamentali valori, vengono sempre più schiacciati e messi in secondaria funzione rispetto ad altre cose superficiali (utili all'egoismo, individualismo, alla competizione) che oggi, nell'attuale sistema socio-economico, rivestono importanza primaria, in una libertà senza freni dove predominano gli istinti bestiali che discendono dal mistero del peccato originale.

La Fantasia rimane un diritto umano: creiamo alla nostra misura e nel nostro modo derivativo perché siamo stati creati; e non soltanto creati, ma fatti a immagine e somiglianza di un Creatore.

Abbiamo altresì parlato di magia (aspetto principale della fiaba e legato alla natura), che però deve essere usata in maniere molto delicata, per evitare un suo uso perverso che sfocia sempre nell’obiettivo di potere in questo mondo, dominio di cose e volontà. Deve altresì essere presa molto seriamente, non la si può deridere né fornirne spiegazioni, dato che non si tratta di volgari stratagemmi del mago laborioso e scientifico (i congegni elettronici, tecnologici in genere, sono assenti, sostituiti da un più alto sviluppo spirituale, anziché materiale). Una magia, che al di là del limite letterale del termine, va considerata più come incantesimo, e cioè quella capacità "elfica" di generare un mondo secondario dove possono entrare sia l’artefice che l’esploratore, a differenza del sogno. Quindi la fantasia è di tutte le forme di arte umana, quella che più si avvicina a questo incantesimo elfico.